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LE ALLEGRE COMARI DI WINDSOR
Dal 28/10/2010 al 31/10/2010
 
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Nuovo Teatro Eliseo presenta

LEO GULLOTTA in

LE ALLEGRE COMARI DI WINDSOR

di WILLIAM SHAKESPEARE 

traduzione e adattamento di Fabio Grossi e Simonetta Traversetti

con Alessandro Baldinotti, Paolo Lorimer, Mirella Mazzeranghi, Fabio Pasquini, Rita Abela, Fabrizio Amicucci, Valentina Gristina

e con Cristina Capodicasa, Gerardo Fiorenzano, Gennaro Iaccarino, Federico Mancini, Giampiero Mannoni, Sante Paolacci, Sergio Petrella, Vincenzo Versari


scene e costumi LUIGI PEREGO
musiche GERMANO MAZZOCCHETTI
coreografie MONICA CODENA
luci VALERIO TIBERI
aiuto regia MIMMO VERDESCA

regia di Fabio Grossi

Note di regia Fabio Grossi

Fu per volontà della regina Elisabetta I che il Bardo riesumò Sir John Falstaff, fatto morire nella sua precedente opera, l’Enrico V:  nacque così Le Allegre Comari di Windsor. Ad accreditare questo aneddoto fu John Dennis, che lo riferì nel 1702.
La smania della regina, come precisò pochi anni dopo un altro attento cronista shakespeariano, Nicholas Rowe, derivava da un suo divertito “invaghimento” per la poderosa figura comica di Falstaff; invaghimento che le istillò il desiderio di vederlo in un altro dramma, e per di più innamorato. Sicché, per non venir meno al dictat dell’imperiosa Elisabetta, Shakespeare avrebbe, non già “resuscitato” Falstaff, che è un moderno espediente da soap-opera, ma escogitato l’intreccio narrativo delle Allegre Comari, collocandone la vicenda in un tempo immediatamente precedente alla morte del cavaliere, raccontata da Mistress Quickly, altro personaggio già proposto nell’ Enrico V.
Anche questa edizione, benché passati parecchi secoli, nasce sotto l’occhio vigile e severo della GRANDE Regina: intrighi, scherzi e maramaldate, sfileranno così secondo il divertito gusto shakespeariano.
Protagonista della vicenda è Sir John, con le sue esuberanti smargiassate da guascone, la sua sovrabbondante figura, la sua pletorica simpatia cialtrona, il suo amore per la crapula e il bicchiere e la sua irresistibile, endemica disonestà viziosa e bonaria. Con gli occhi di oggi, lo considereremmo un diverso, sia per verbo che per figura, un avverso al presupposto bigotto di una società borghese.
Ma la tessitura della commedia stessa va oltre l’apparenza e, per andar al di là del detto che “l’apparenza inganna”, proprio d’inganni e scherzi, per lo più perfidi, questa è avviluppata.
Vi si racconta di una società che vive sotto l’occhio della Corte, dove il dileggio l’uno dell’altro dei componenti della comunità fa da quotidiano passatempo; la protervia della condizione di nascita e dello svolgersi dei fatti della vita d’ognuno la farà da presupposto dominante.
Tanto pronti ad impugnar le spade, a difesa di supposti e ridicoli onori, quanto a deporle per sostituirli con boccali di vin di Spagna, al fin inconscio di proporsi come innocue prede di chi del borseggio fa scopo di vita.
Un ventaglio di più svariata umanità sarà la protagonista della vicenda: il bonario benestante, il meschino geloso, lo scaltro pedante, il servo scimunito, il pavido baciapile, l’ampolloso bottegaio, l’antipatico saccente. Ma su tutti trionferanno le donne, le Comari, che con furbizia e lungimirante intelligenza, collocheranno in maniera indolore per la comunità, la parola fine alla vicenda.
Quindi, amori e amanti, guasconi maldestri e burocrati vacui, mariti gelosi e golosi mercanti, mercenari allettanti ed infingardi, ci racconteranno la storia che, come nelle migliori tradizioni teatrali, verrà in alcune parti rafforzata dalla partitura musicale, sottolineando di volta in volta momenti comici, grotteschi o romantici.
Alla fine l’amore giovanile uscirà trionfante, la smania tardiva, gabbata in un turbinio, ammantato da magiche visioni, che concluderà riportando nelle proprie case i protagonisti, lasciando il Nostro Grasso e Grosso personaggio principale a tirar le fila di una vita vissuta ai margini, ma con l’onor d’una filosofica consapevolezza.
Rispettando appieno la struttura voluta e pensata da Shakespeare e proponendo allo spettatore, in luogo dei cinque atti, i più canonici e moderni “due più intervallo”, si lascerà indubbia la correlazione ai Nostri tempi e alle Nostre vicende sociali, sottolineando qua e là lo scherzo, acre e cattivo, denominante una società che pedissequamente ripete i suoi stilemi, nei confronti di chi viene considerato un diverso, sia per aspetto, che per attitudini o usi.

 




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